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    Dietro ad ogni persona felice se ne nasconde una che lotta per esserlo

    Dietro ad ogni donna felice, se ne nasconde una che sta lottando contro tutto per esserlo. Dietro ad ogni uomo che sorride, se ne nasconde uno che lotta contro mari e monti per vincere le difficoltà, le sfide, le paure… Perché la felicità non è una chiave che si trova, è l’atteggiamento di non arrendersi, la vitalità, l’impegno e, soprattutto, la resilienza.

    Sappiamo bene che sembra stoico, ma dire a voce alta “la vita non è facile” racchiude un’evidenza su cui molti sono d’accordo. Forse, per questo, uno dei rappresentanti più classici di questa scuola di pensiero, il filosofo greco Epitteto, nel 130 d. C. ci ha lasciato un insegnamento che si adatta perfettamente alla realtà sociale e psicologica che viviamo oggi.

    Quando non controlliamo ciò che ci circonda – diceva il filosofo greco – siamo obbligati a focalizzarci su quegli aspetti che, invece, possiamo controllare, che possiamo fare nostri: i pensieri che popolano la nostra mente. Solo quando abbiamo in mano le redini dei pensieri negativi diveniamo lucidi, raggiungiamo la calma interiore, la pace e la libertà.

    Questa idea deve farci comprendere un concetto davvero semplice: ogni volta che incontriamo qualcuno che a semplice vista sembra possedere tra le sue mani e nel luccichio dei suoi occhi la felicità, non dobbiamo farci un’idea sbagliata. Perché non si tratta di magia, non ci sono sortilegi e quella persona non ha qualcosa che, invece, a noi manca o dobbiamo invidiarle.

    Dietro ad una persona felice, si nasconde qualcuno che lotta, qualcuno che realizza tutti i giorni un duro lavoro interiore per depurarsi dagli atteggiamenti limitanti e dar vita ai propri punti di forza. Sono persone che escono ogni giorno dalla loro zona di confort, che hanno imparato qualcosa dalle difficoltà e che, nonostante quanto accaduto, continuano a vivere con speranza…

    Per essere felici serve tanto…

    Se a volte avete ascoltato la tipica frase che per essere felici basta poco, sappiate che si sbagliavano. Perché abbiamo bisogno di molto, ovvero di molto lavoro interiore. Questa architettura psicologica, motivazionale ed emotiva non si ottiene da un giorno all’altro.

    Se durante tutta la nostra vita ci hanno educati secondo schemi che associavano la felicità all’accumulo di oggetti, di beni e alle relazioni sociali, è probabile che quando non raggiungiamo tale obbiettivo, ci sentiamo desolati, indifesi e infelici.

    Oliver Burkeman è uno degli scrittori che parla spesso del raggiungimento della felicità. Il suo approccio è senza dubbio uno dei più innovativi. Con il suo libro La legge del contrario, ci invita a lasciare da parte il classico approccio di Martin Seligman, giustificato da un’idea sulla quale molti di noi saranno d’accordo.

    Gran parte dei libri di auto-aiuto ci ricordano la necessità di coltivare la nostra parte positiva, di sforzarci per vedere il lato positivo della vita e per attirarlo a noi, di pensare sempre al meglio

    .Oliver Burkeman ci spiega che queste idee finiscono per sfinire e risultano addirittura controproducenti. Il clima economico attuale, combinato all’incertezza politica e ambientale, ci fa spesso avvertire che le speranze non sono sufficienti, che l’approccio positivo non basta.

    Nel libro La legge del contrario, ci viene innanzitutto proposto di accettare che la vita è difficile, che anche le persone buone commettono azioni cattive e che, a volte, non è sufficiente sforzarsi per ottenere qualcosa. Le avversità sono sempre lì, come una creatura mostruosa che, senza sapere come, si lancia su di noi quando meno ce lo aspettiamo.

    Essere positivi va bene, ma essere capaci di gestire gli aspetti negativi è fondamentale. Dobbiamo imparare ad accettare il fallimento – ad accettare le perdite – ad affrontarle e a capire che la vita è cambiamento costante.

    La persone felici e le loro strategie quotidiane

    Sappiamo già che per raggiungere il benessere interiore, serve “molto”: dobbiamo saper gestire le emozioni negative, creare mete realistiche in un mondo complesso, superare le avversità e sopravvivere ogni giorno a tutte le sfide che il destino pone sul nostro cammino…

    Nessuno ci ha preparati a questo e tale logica del superamento personale non sempre si impara da un giorno all’altro. Quindi, prima di disperarci e non capire come agiscono le persone felici, dovremmo riflettere un po’ riguardo a queste dimensioni. Sono strategie e approcci semplici che possiamo fare nostri.

    • Il mondo è com’è, mutevole, capriccioso e difficile. Dobbiamo accettare la sua complessità e non nasconderci, non rifugiarci mai nella scelta più facile, nel “mi fermo qua, non ci provo nemmeno” o nel “ad ogni modo, non c’è più speranza”.
    • Non vedetevi come eroi forti, coraggiosi e con una corazza invalicabile. Costruite un’immagine di voi stessi flessibile, come le canne di bambù che giorno dopo giorno vincono la forza del vento e che resistono alla forza della tormenta.
    • Invece di coltivare in maniera ostinata la positività, costruite una nuova ideologia in cui essere capaci anche di accettare gli aspetti negativi per poter imparare e sopravvivere a tali momenti.

    Per concludere, e come dato curioso, vogliamo dirvi che quando i problemi vi sovrastano e non riuscite a trovare una soluzione logica, uscite a camminare. L’attività fisica è di grande aiuto quando non vediamo altro che muri all’orizzonte; è un modo semplice, economico e accessibile per imparare ad essere felici.

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    Amare significa essere pronti a lasciare andare

    Il possesso e la paura sono contrari all’atto di amare. Per vivere a pieno questo sentimento, è necessario imparare a lasciare liberi, a lasciare andare, a liberarci di ciò che non ci appartiene, che non è nostro. Tutto ciò che amiamo ha la caratteristica di essere libero, quindi effimero e variabile.

    Quando amiamo, facciamo fatica a lasciare andare quello a cui ci aggrappiamo. All’improvviso, ci ritroviamo in una situazione di dipendenza che abbiamo alimentato noi stessi senza nemmeno rendercene conto.

    Avete mai avuto paura che finisse una storia d’amore? Probabilmente sì, e una situazione del genere crea malessere e sofferenza. Cominciamo le relazioni con tanto entusiasmo e speranza, all’inizio sembra tutto perfetto ed eterno. La realtà, però, è ben diversa, perché tutto quello che ha inizio può anche finire, cambiare o trasformarsi.

    Prepararci ai cambiamenti ci rende più consapevoli del fatto che ogni momento è unico ed irripetibile. Impariamo con il tempo che sforzarci di trattenere non fa altro che causarci sofferenza.

    Parte dell’amore è anche lasciare andare

    Ci illudiamo che ci siano cose permanenti e, quindi, ci comportiamo e agiamo come se lo fossero. In questo modo, ci inganniamo dicendoci che ci saranno sempre determinate sensazioni, persone che non cambieranno mai e situazioni che resteranno così come desideriamo. Tutto questo fa parte della storia che ci piace raccontarci per non affrontare la realtà.

    Non vi siete resi conto che tutto quello che avete attorno sta cambiando? Non vi siete accorti che siete voi stessi a cambiare? Il vostro corpo, le circostanze in cui vivete, i vostri atteggiamenti e le vostre esperienze cambiano con il passare del tempo. Inevitabilmente viviamo un cambiamento continuo.

    Essendo l’amore potenzialmente una delle esperienze più belle che possiamo vivere, vogliamo farne tesoro, vogliamo trattenerlo e continuare a provarlo in eterno. L’amore è così, è eterno finché dura. È necessario accettare il fatto che l’amore si trasforma e scorre come l’acqua di una fonte.

    Amare è incompatibile con il possesso; l’amore, in sostanza, comporta libertà. Questa è una delle lezioni più importanti che ci ritroviamo a vivere se vogliamo combattere la frustrazione, il rancore, la sofferenza e anche l’odio che si manifesta quando ci aggrappiamo con forza a qualcosa che non esiste più.

    Quando non sappiamo amare, siamo frustrati

    L’amore non fa male, è un sentimento che va apprezzato e vissuto con entusiasmo, con speranza e con la tranquillità che proviamo quando siamo in compagnia della persona amata. L’amore comporta una grande pace interiore e la libera espressione del nostro essere. Di fronte a questo sentimento, la sofferenza non trova spazio.

    Cosa succede quando amiamo e non siamo corrisposti? Si tratta di una situazione comune che genera grande dolore, ma serve da esempio per capire che non abbiamo imparato ad amare. Siamo frustrati non perché amiamo, ma perché abbiamo imparato ad amare in modo condizionata, con aspettative e pretese di possesso.

    Per la maggior parte della gente, il problema dell’amore consiste fondamentalmente nell’essere amati, non nell’amare, nella capacità stessa di amare.
    Erich Fromm

    Ci risulta molto difficile accettare un amore finito oppure quando l’altra persona non prova quello che proviamo noi, ci sentiamo feriti e ansiosi. Queste sensazioni fanno parte della nostra idea dell’amore, dei pensieri secondo cui ci giudichiamo persone inutili, buoni a nulla. Fare valutazioni personali che non hanno nulla a che vedere con l’amore porta all’autodistruzione.

    La frustrazione termina quando comprendiamo che la nostra idea di amore è sbagliata: quando riconosciamo che la libertà comincia nel momento in cui ci stacchiamo da tutto ciò che non ci lascia liberi. Ci aggrappiamo all’idea di come devono essere le cose e rimaniamo disillusi.

    Lasciare andare è la migliore dimostrazione di amore

    Stiamo male quando resistiamo ai cambiamenti dell’amore. Possiamo rigirare la situazione e attingere alla nostra capacità di amare, accettare la libertà della persona amata. Dobbiamo smettere di opporre resistenza a ciò che inevitabilmente dobbiamo lasciare andare. Questa esperienza è quella che davvero ci può avvicinare ad uno stato di pace interiore.

    Imparare a lasciare andare ci libera, ci lascia spazio perché l’amore continui a scorrere. E, inoltre, facilitiamo il processo per cui l’altra persona segua la sua strada, quella che ha deciso o che ha bisogno di seguire. Questa è la dimostrazione più onesta di amore che possiamo dare a noi stessi e agli altri.

    Ci amiamo quando ci concediamo l’occasione di cominciare di nuovo e di continuare ad essere recettivi verso la possibilità di conoscere nuove forme d’amore. Senza che ci siano timori interiori a tormentarci, a paralizzarci e a distruggere la nostra naturale capacità di vivere con intensità i nostri sentimenti.

    L’essenza di tutte le cose belle che sperimentiamo è la libertà stessa; se siamo capaci di smettere di stringere e lasciamo andare, ci dirigiamo verso il cammino della felicità e dell’amore.
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    Realtà che sembrano amore ma non lo sono

    Vi sono molte realtà che sembrano amore, ma non lo sono. Si tratta di situazioni che danno origine a vincoli stretti e, in linea generale, molto duraturi. Alla base, però, non vi è un affetto reale, ma un insieme di limitazioni o problematiche che sostengono il legame.

    L’amore genuino alimenta la crescita reciproca. Implica generosità e libertà. È tanto più reale quanto più promuove l’autonomia delle persone coinvolte. Questo coinvolge tutte le tipologie di amore: genitoriale, di coppia, ecc.

    “Non c’è travestimento che possa nascondere a lungo l’amore dov’è, né fingerlo dove non è”.

    -François de la Rochefoucauld-

    A volte il vero affetto viene confuso con altre realtà che sembrano amore, ma non lo sono. Queste realtà sono solite coinvolgere sentimenti molto intensi. Si sperimentano dal profondo dell’anima, ma spesso escludono il rispetto e una vera stima dell’altra persona. Nascono da desideri o necessità egoistiche e si mantengono per i benefici che producono.A seguire alcuni presentiamo alcuni esempi.

    Realtà che sembrano amore, ma non lo sono

    Iperprotettività

    L’iperprotettività è una di quelle realtà che sembrano amore, ma non lo sono, per quanto detto atteggiamento cominci da questo sentimento. Si tratta di un comportamento che si verifica soprattutto fra genitori e figli. Tuttavia, è frequente anche nelle coppie, fra amici e in vincoli di gerarchia di diverso tipo.

    L’iperprotettività rappresenta un affanno eccessivo di evitare problemi o sofferenze a un’altra persona, che di solito viene vista come vulnerabile o indifesa. Quando amiamo qualcuno, è ovvio che si desideri solo il bene per questa persona. Tuttavia, un individuo ansioso in modo eccessivo può vedere pericoli dove non ve ne sono o ingigantirli qualora esistano. In questo senso, le persone iperprotettive solo solite ignorare il fatto che le brutte esperienze sono anche fonte di apprendimento.

    Se si dice che è una delle realtà che sembrano amore senza esserlo, è perché ciò che predomina in essa non è l’affetto, bensì l’angoscia. Gli iperprotettivi proiettano sull’altro le loro stesse paure. Di solito, inoltre, non evitano che la persona amata soffra, tutto il contrario: finiscono per renderla ansiosa e le impediscono di crescere.

    Controllo sulla persona amata 

    L’eccessivo desiderio di controllo sull’altra persona assomiglia all’iperprotettività, ma non è la stessa cosa. In questo caso si tratta di un vincolo caratterizzato dal demotivare l’altro. In fin dei conti, ciò che si cerca è che la persona “amata” impari a non avere fiducia in se stesso e che abbia bisogno di noi. In qualche modo, si cerca di generare dipendenza.

    Nonostante la loro natura in fondo non sia questa, tali atteggiamenti si presentano come espressioni di amore. Si facilita la vita all’altra persona, ci si fa carico dei problemi, gli si dà supporto nelle situazioni difficili o si assumono al suo posto, ci si sforza affinché l’altro non debba affrontare esperienze spiacevoli. Tuttavia, questa disposizione non è gratuita, si paga con la limitazione dell’autonomia e della libertà.

    L’intenzione reale è che la persona abbia bisogno dell’altro in modo definitivo. Da fuori può dare la sensazione che il “controllore” si impegni a rendere più felice la vita di chi ama, ma i suoi sforzi in realtà sono diretti a rendere quest’ultimo incapace di vivere la vita in modo autonomo. Manipola affinché il vincolo si mantenga e si faccia sempre più stretto. In realtà questo non è amore ma controllo egoista.

    Dipendenza e amore 

    Il controllo è la testa e la dipendenza è la croce più comune di queste realtà che sembrano amore senza arrivare a esserlo. In questo caso si verifica un vincolo peculiare: in esso, la persona ripone tutte le sue necessità e frustrazioni nell’altra. Le consegna, diciamo così, l’obbligo di farsi carico della sua felicità. Una specie di padre o madre surrogati che siano sempre disponibili a soddisfare i suoi desideri.

    Si arriva ad avere un bisogno disperato di questa specie di “tutor”. Alla fine dei conti, è come uno scudo di fronte alla vita. Si evita il confronto con i propri limiti. Molte volte ci permette anche di evitare l’angoscia di dover decidere e, con essa, quella di vincere o perdere. Il dipendente può sentire di amare profondamente l’altro, in realtà si tratta di un vincolo di reciproco sfruttamento.

    Tutte queste forme di “pseudo amore” sono nocive: nascondono situazioni da risolvere. Sono realtà che sembrano amore, ma in realtà hanno più a che vedere con qualche tipo di nevrosi. Non terminano quasi mai bene. Provocano dolore e impediscono la crescita reciproca. Purtroppo tendono a formare vincoli molto forti, che spesso finiscono col ferire le persone coinvolte.

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    Essere single è la mia realtà, nel bene e nel male

    Come diceva già il celebre Petronio nell’antica Roma, “puoi sposarti o restare solo, ma te ne pentirai in entrambi i casi”. Non importa quale sia la nostra scelta, quindi, perché sbaglieremo sempre…o forse il problema è che cerchiamo sempre ciò che non abbiamo? Qualsiasi sia la risposta a queste domande, la verità è che per molte persone essere single è una realtà, che sia scelta o meno.

    Tuttavia, il nostro vero modo di essere spesso si esprime attraverso il comportamento sociale. Anche se siamo dei grandi attori, le nostre relazioni con gli altri ci descrivono per quello che siamo davvero, agli occhi di chi sa interpretarle.

    Perché si sceglie di stare da soli?

    All’interno della realtà sociale in cui ci muoviamo, sono sempre di più le persone che scelgono di rimanere single. Per altre persone, tuttavia, questa non è una decisione, ma un semplice dato di fatto, perché non sono riusciti a trovare un partner. Ci sono poi le persone per cui avere o meno un rapporto di coppia risulta del tutto indifferente, e così via con una serie infinita di motivazioni o di opinioni sul fatto di avere o meno un partner. Una varietà di idee che solo qualche decennio fa sembrava inconcepibile.

    Nel corso della nostra vita, incontriamo persone di ogni tipo. Ma ogni giorno diventa più accettata a livello sociale l’idea che rimanere nubili/celibi sia un’opzione o che se non troviamo un partner adatto a noi, non dobbiamo per forza cercarlo per non venire esclusi dalla società, come succedeva fino a non molto tempo fa.

    Per questo motivo, lo psicologo e sociologo Arturo Torres ha deciso di lanciarsi nella difficile sfida di classificare i diversi tipi di single esistenti. La sua classificazione è ancora informale, ma può essere interessante darle un’occhiata. Chi lo sa? Magari vi troverete riflessi in uno dei profili che delinea.

    1. I single indipendenti

    Torres inizia la sua classificazione dai single indipendenti. Sono quelle persone che danno valore alla loro vita e non desiderano rimanere intrappolati nel legame di una relazione di coppia. Considerano che il loro tempo e il loro spazio siano troppo importanti, e per questo preferiscono evitare un impegno troppo stabile, perché lo percepiscono come un limite.

    2. I single autosufficienti

    Questo gruppo include quelle persone la cui mente non concepisce nemmeno lontanamente l’ipotesi di avere un partner. Sono del tutto autosufficienti e hanno bisogno di un elevato livello di isolamento. La loro condizione naturale è solitaria, ma non in termini negativi. Semplicemente, non sono attratti dall’idea di condividere il loro mondo con qualcun altro.

    In questo caso, Torres si riferisce a quei single che, pur essendo indipendenti ed autosufficienti, preferirebbero avere un partner. Non si sentono del tutto isolati, ma vorrebbero abbandonare la loro vita solitaria per condividerla con qualcun altro. A volte continuano a rimanere single per mancanza di abilità sociali o per la loro bassa propensione a buttarsi e cambiare abitudini.

    4. I single dalla bassa autostima

    In questo gruppo, lo psicologo classifica le persone che desiderano ardentemente una relazione, ma sono incapaci di cercarla. Forse per colpa della loro bassa autostima, delle loro abitudini o della mancanza di abilità sociali, non ritengono di poter risultare attraenti per qualcun altro.

    Tuttavia, è possibile lavorare insieme a queste persone per aiutarle a dare una svolta a questi pensieri e a cambiare. Nella loro condizione, infatti, si sentono infelici e sfortunati: si ritrovano in una situazione in cui non vorrebbero stare, ma a cui loro stessi si condannano.

    5. I single esistenziali

    Il quinto gruppo riguarda i single esistenziali. Sono caratterizzati dal loro pessimismo, e per questo non credono nelle relazioni di coppia. Spesso hanno una visione del mondo fredda e priva di passione ed entusiasmo, per questo cercano di allontanare le emozioni più intime.

    6. I single ideologici

    Torres identifica poi un altro gruppo, che chiama dei “single ideologici”. È una tipologia poco diffusa e include le persone che hanno deciso di mettersi da sole dei paletti per quanto riguarda la conoscenza di altre persone. Per questo motivo, di solito rifiutano sistematicamente la maggior parte dei candidati. Si potrebbero considerare solo single molto esigenti, ma se questa caratteristica viene portata all’estremo, potrebbe sfociare in situazioni di ansia ed eccessiva pressione.

    7. I single transitori

    In questa categoria si trovano i single che stanno cercando una relazione. Hanno ben chiaro che vogliono trovare qualcuno con cui stare a breve o medio termine, per cui esaminano le loro possibilità e cercano di identificare dei candidati. Il loro stato, quindi, è transitorio: hanno chiuso una relazione e probabilmente presto ne inizieranno una nuova.

    8. I single appresi

    Infine, Aturo Torres ci parla dei single che sono diventati tali per apprendimento. Sono persone che rifiutano una relazione perché in passato hanno avuto esperienze molto negative. Per questo motivo, queste persone utilizzano i loro ricordi negativi per elaborare schemi in cui inquadrano le possibili cause dei problemi vissuti in passato, in modo da non ripeterli. Il ricordo di quel trauma crea in loro un rifiuto quasi irrazionale di fronte all’idea di trovare un partner, condizione che può degenerare in filofobia (fobia alle relazioni romantiche).

    Viviamo in un mondo in cui tendiamo a creare delle etichette per tutto, pur di comprendere meglio la realtà. Per questo motivo, non è così strano cercare di identificare in che modo viviamo il nostro essere single a seconda dei motivi che si celano dietro e delle caratteristiche concrete del caso.

    Anche se si tratta di una classificazione informale, quello di Arturo Torres ci sembra un lavoro abbastanza completo. Forse, se vi guardate alle spalle oppure osservate la vostra situazione attuale, vi vedrete riflessi in uno (o in vari) dei gruppi che lui identifica. A noi è successo, e a voi?

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    Quelle volte in cui qualcosa arriva quando si smette di cercarlo

    C’è chi li chiama momenti magici o svolte. Sono tutte quelle volte in cui, improvvisamente, quello che tanto sognavamo, cercavamo o speravamo accade improvvisamente, abbracciandoci… Proprio quando smettiamo di cercare, il destino ci offre un inaspettato regalo.

    In un mondo imprevedibile e spesso caotico e complesso come un labirinto senza via d’uscita, gli istanti di svolta abbondano. C’è chi collega questi fatti alla tanto desiderata fortuna, ma in realtà i veri esperti sanno che questi avvenimenti imprevisti, che trasformano i sogni in realtà, nascondono qualcosa di scientifico e di psicologico.

    Per fare un esempio, citiamo un libro molto interessante: Effetto medici di Frans Johansson ci spiega che, a volte, non è sufficiente essere esperti per avere successo. Dedicare tutto il nostro impegno, il nostro tempo e la nostra energia in un solo obbiettivo non ci garantisce al 100% il raggiungimento dello stesso. A volte bisogna prendere le distanze, assumere altre prospettive e applicare un pensiero meno lineare e più creativo, rilassato, paziente ed originale per raggiungere una meta.

    Non possiamo dimenticare nemmeno un altro aspetto importante: a volte le azioni più inaspettate sono guidate dal nostro subconscio. Quando la nostra mente è cosciente, rigida, talvolta ossessiva e sempre analitica, si stabilisce una certa distanza, si risveglia quel sesto senso che, ci crediate o meno, non si sbaglia quasi mai.

    Vi proponiamo di riflettere al riguardo.

    Anche se smettiamo di cercare, la mente continua ad essere ricettiva

    Andrea ha una piccola attività che non va bene. Sa che la sua pasticceria non copre le spese e che nel giro di un mese dovrà chiudere. Da diverse settimane pensa a cosa fare, ma tra le pressioni, l’ansia e la tristezza per dover chiudere l’attività di famiglia, non fa altro che piangere. Si sente disperato. Tuttavia, questa mattina si è svegliato molto più rilassato e tranquillo, pensando “va bene, qualsiasi cosa accada, l’affronterò”.

    Ha fatto una doccia per calmarsi e ha avvertito una meravigliosa pace mentale. Mentre si faceva la doccia, ha ricevuto una notifica sul telefono di uno dei suoi social network. Nel prendere il telefono, ad Andrea viene un’idea: far conoscere in rete la sua attività, pubblicizzare il suo negozio sui social network e creare dolci e dessert per feste ed eventi.

    Questo è un semplice esempio di come funziona la nostra mente quando smettiamo di pressarla, e di come la sua ricettività si intensifica quando allontaniamo le preoccupazioni e le paure. Tuttavia, in questo momento di svolta, interviene un’altra dimensione altrettanto interessante:  il pensiero intersezionale.

    Il pensiero intersezionale

    Le persone hanno un’abitudine molto comune: quella di provare a prevedere tutto ciò che può capitare se si fanno o meno determinate cose. Questo ci obbliga molte volte a creare nella mente autentici documenti Excel, in cui disponiamo colonne, analizziamo dati, relazioniamo variabili e facciamo pronostici esaustivi, ma a volte fatali.

    Invece di far uso dell’emisfero sinistro così lineare e analitico, sarebbe molto più utile applicare il pensiero intersezionale, caratterizzato dalle seguenti abilità:

    • Essere capaci di creare connessioni tra informazioni e stimoli che non hanno niente a che vedere tra di loro.
    • La persona abile nel pensiero intersezionale è capace di trovare la calma nel caos.
    • Nel bel mezzo di questo palazzo mentale di pace ed equilibrio, la persona che fa uso di questo approccio del pensiero è in grado di connettersi con tutto ciò che la avvolge perché si preserva aperta, perché è recettiva e curiosa, perché ama “giocare” con tutte le informazioni che riceve, provando, distruggendo, inventando e trasformando.
    • Questo profilo, inoltre, non si ossessiona alla ricerca di un’unica soluzione, un’unica via d’uscita o risposta ai suoi problemi. Per la maggior parte del tempo si lascia trasportare da ciò che accade nel suo ambiente circostante e accetta l’inaspettato, il fortuito…

    La fortuna è, in fin dei conti, la capacità di saper riconoscere le opportunità

    Per avere fortuna nella vita, a volte devono presentarsi le circostanze adeguate. Tuttavia, affinché tali circostanze si materializzino, è il nostro cervello a doverci condurre verso questi punti e a dover riconoscere le opportunità dove spesso gli altri vedono una porta chiusa.

    Con questo vogliamo chiarire un aspetto: la fortuna non conosce magia e le casualità esistono, ma spesso sono prodotte da quell’organo eccezionale e meraviglioso nel quale dovremmo riporre la nostra fiducia. Solo quando abbandoniamo la via dell’ansia, degli atteggiamenti limitanti, delle paure e delle ossessioni, tutto si espande e si trasforma, il cervello inizia a funzionare al 100%, permettendoci di essere più ricettivi, dandoci l’opportunità di ascoltare quella voce interiore e saggia che ci guida verso le vere opportunità.

    Più che concentrarci in maniera ossessiva alla ricerca di un  fatto completo che tanto desideriamo, dobbiamo imparare ad essere più ricettivi, ad aguzzare la vista e a non guardare il mondo attraverso il buco di una serratura.

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    Frasi di Louise Hay per perdonare e amare

    Le frasi di Louise Hay parlano di gratitudine, amore e guarigione. Sono un regalo per chiunque voglia riflettere, imparare e crescere. Un lascito pieno di saggezza che vale la pena di leggere o ricordare, qualora ci si sia già imbattuti in esso.

    Louise Hay è stata una scrittrice e oratrice statunitense. È considerata la madre della crescita personale e la precorritrice dei libri di auto-aiuto. Due dei suoi best seller più conosciuti sono Puoi guarire la tua vita (1994) e Il potere è in te (1992). Entrambi lasciano chiaro al lettore che per avanzare, crescere ed essere più forti, dobbiamo scoprirci e conoscerci. Ci avvisano anche di quanto possa essere pericoloso usare male il potere dei nostri pensieri.

    La sua filosofia personale fu segnata da un’infanzia traumatica e un’adolescenza di abusi. Un cammino colmo di ferite emotive, radici di una bassa autostima che con il tempo imparò a gestire tramite la meditazione, le affermazioni positive e diverse pratiche spirituali.

    Grazie a ciò, Louise Hay imparò ad amarsi, ad abbandonare il rancore nei confronti delle esperienze traumatiche vissute e a perdonare chi le aveva causato tanta sofferenza. Le sue frasi sono uno specchio onesto: trasmettono tutto quello che apprese durante l’emozionante viaggio lungo il tempo che è la vita. Grandi lezioni che conviene conservare come uno zaino di salvataggio per i nostri momenti più bui.

    Le frasi di Louise Hay

    L’importanza del presente

    “Il potere è sempre nel momento presente.”

    Il presente è opportunità. È il momento più valido e unico per agire. Il momento a partire dal quale vivere connessi a noi stessi ed essere capaci di scegliere cosa fare nella nostra vita e godercelo.

    Vivere di fretta concentrati su quello che desideriamo o schiavizzati da quello che abbiamo vissuto un tempo ci impedisce di avvertire il momento presente. Louise Hay lo aveva chiaro: il potere di gioire e cambiare risiede nell’Oggi. Il resto è solo colpa o illusione.

    Il perdono come catarsi

    “Il perdono è per te, perché ti libera. Esso consente di liberarti dalla prigione in cui ti trovavi.”

    Questa è una delle frasi di Louise Hay che dobbiamo ricordare ogni giorno. Perdonare è un atto catartico che ci permette di liberarci dalle catene dell’amarezza e del passato. Una decisione personale, non un obbligo.

    Il perdono è il salvavita dell’odio e del rancore. L’opportunità di rompere e guarire dal risentimento prodotto da quello che ci ha feriti.

    Comprendere il comportamento dei propri genitori

    “Se vuoi capire maggiormente i tuoi genitori, spingili a parlare della loro infanzia; se ascolti con compassione, scoprirai da dove provengono le loro paure e i loro rigidi schemi mentali.”

    Probabilmente questa è una delle frasi di Louise Hay che più ci invita alla riflessione nel campo delle relazioni familiari, sebbene possa essere estesa a ogni tipo di relazione. È utile tenerla a mente quando non capiamo i nostri genitori.

    Ogni persona è una collezione di storie ed esperienze, un cumulo di circostanze e conoscenze apprese durante il tempo. E l’infanzia è una delle tappe più vulnerabili alle influenze esterne. Nasciamo come spugne che assorbono il mondo che ci circonda. Molti dei nostri comportamenti e la nostra visione della vita, dunque, si plasmano durante i nostri primi anni di vita. Influisce tutto.

    Per questo motivo, è importate tenere conto del fatto che nella maggior parte dei casi ognuno di noi agisce nel miglior modo possibile, nell’unico modo che conosce. Forse non è quello corretto o adatto, ma è l’opzione che reputiamo migliore in quel momento per via del peso del nostro bagaglio. E come noi, anche i nostri genitori, amici o il nostro partner. Un’altra delle frasi di Louise Hay riflette molto bene questa idea:

    “Se tua madre o tuo padre non sapevano come amare se stessi, non potevano certo insegnarlo a te. Hanno fatto del loro meglio con le informazioni che avevano a disposizione.”

    Ci invita anche a riflettere sulle conseguenze delle proprie ferite emotive negli altri. Se i nostri genitori sono vulnerabili all’abbandono o al rifiuto, scarseggiano di amor proprio o non sanno gestire le loro emozioni, in qualche modo tutto questo si ripercuoterà su di noi, soprattutto durante l’infanzia. Le loro ferite impregnano tutto il loro essere, le portano in groppa e influiscono sui loro comportamenti e sentimenti.

    Forse da bambini non lo capivamo, tuttavia, dopo, con lo sviluppo delle nostre capacità cognitive, molti di noi si sono resi conto del peso delle loro ferite e di come esse li abbiano influenzati. Molte delle decisioni che hanno preso non sono state coscienti e in molti casi hanno agito meglio che potevano, anteponendo i nostri interessi ai loro in un esercizio di generosità che ci stupisce sempre di più con il passare degli anni.

    L’amore come motore della vita

    “L’Amore è la grande cura miracolosa. Amare noi stessi compie miracoli nelle nostre vite.”

    Per Louise Hay, la scoperta dell’amor proprio segnò un prima e un dopo. Prima di amarsi, si disprezzava, si maltrattava e si dava la colpa di tutto. Era sua nemica. Dopo aver aperto gli occhi all’amore, tutto acquisì un colore diverso. Iniziò a rispettarsi, ad accudirsi e a valorizzarsi come meritava e da quel momento cambiò tutto.

    “Amate chi siete e quello che siete, amate quello che fate.”

    L’amore è il motore della vita; una cura miracolosa, come dice Louise Hay, che quando entra nella nostra vita trasforma tutto quello che incontra lungo il cammino. Quando ci amiamo, abbiamo il potere di cambiare e ricostruirci, e soprattutto di sanare le nostre parti rotte. Se ci chiudiamo all’amore, è facile restare intrappolati dalla sofferenza, dalla sfortuna e dalla stasi.

    La creazione di quello che pensiamo

    “Se sono persuasa che la vita è triste e che nessuno mi ama, ciò che troverò nel mio mondo sarà proprio questo.”

    Questa è un’altra delle frasi di Louise Hay da tenere a mente ogni giorno. Quello che crediamo, creiamo. La prospettiva che scegliamo determinerà la nostra vita quotidiana. E su ciò hanno una grande influenza i nostri pensieri. La qualità delle nostre convinzioni ci assegnerà o priverà potere. Per questo motivo, è così importante prenderci cura dei nostri pensieri. Hanno il potere di trasformare la nostra vita e determinare come ci sentiamo.

    Le frasi di Louise Hay sono una preziosa eredità, per i messaggi che trasmettono e per i sentimenti che suscitano. Grazie a esse, ci invita a conoscere il mondo da un’altra prospettiva nella quale imperano l’amore e il perdono. Parole a cui possiamo ricorrere se abbiamo bisogno di riflettere e crescere.

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    “Sapiosexual”: provare attrazione per l’intelligenza

    “Innamorarsi è sentirsi felici di qualcosa, e qualcosa può rendere felici solo se è o sembra perfetto”

    José Ortega y Gasset

    Altezza, salute, buona presenza, senso dell’umorismo, soldi, potere… tutte queste sono possibili risposte alla domanda, “cosa ci attrae di una persona?”

    Di solito, quando ci piace qualcuno, non ci chiediamo come mai ci piace, né riflettiamo sui “perché” o sui “come”. Succede e basta, lo interpretiamo come il voler stare con quella persona e cerchiamo di realizzare i nostri desideri.

    La visione classica

    Le “leggi classiche” dell’attrazione, stando a quanto affermato dalla psicologia sociale, contemplano quattro principi basici: somiglianza, prossimità, reciprocità e aumento dell’attrazione in situazioni di ansia e stress.

    Altri fattori che sono stati studiati e che hanno importanza quando si passa dall’attrazione all’amore sono l’aspetto fisico, la somiglianza e la familiarità. L’evidenza empirica della fine del XX secolo ha dimostrato che la bellezza determina la nostra valutazione degli altri.

    Anche la somiglianza è un altro dei pilastri che si basa su convinzioni e atteggiamenti simili. Secondo Byrne e Clore, quando capiamo che gli altri condividono il nostro punto di vista e le nostre caratteristiche, ci sentiamo più sicuri della nostra posizione. Non siamo più soli, gli altri ci sostengono perché pensano e sono come noi.

    Infine, la familiarità è un altro elemento importante. I ricercatori Monge e Kriste sostengono che più si è familiari, più ci piace stare con una persona.

    La psicologa clinica Mila Cahue riassume la complessità di questi processi e sostiene che:

    “Esiste un forte componente mentale. Non esistono regole fisse che indicano perché desideriamo qualcuno. Entrano in gioco elementi vari, da fattori genetici ad apprendimenti sentimentali”.

    L’erotica dell’intelligenza

    Uno dei motivi che spiega la nascita di queste nuove forme di attrazione è la complicità con le nuove tecnologie, che aprono nuove strade e metodi di comunicazione.

    Ciò permette di ampliare il ventaglio di connessioni e contatti con persone dai profili diversi che ci arricchiscono e ci attraggono. Lo scambio costante d’informazioni scopre questi cambiamenti nello sviluppo delle relazioni personali.

    Nonostante ciò, forse la tecnologia non ha un ruolo così rilevante. Le storie di alunni innamorati dei loro professori universitari, di dipendenti innamorati dei loro superiori in un contesto di lavoro e di ascoltatori innamorati di conduttori radiofonici fanno parte della vita quotidiana da molto prima che esistesse il termine “sapiosexual”.

    È ovvio che il criterio di ricerca del partner basato sulla salute e sulla sopravvivenza è ormai obsoleto ed è per questo che sorgono nuove correnti scientifiche che trasformano le teorie classiche per mantenerle al passo con i tempi.

    Come si sviluppano? Come si fa a riconoscerli? Come caratteristica generale possiamo stabilire la ricerca di sorpresa in un buon dialogo che mette da parte i luoghi comuni e affronta tematiche come la filosofia, la fisica, l’arte o la letteratura. Quello stimolo intellettuale si trasforma in attivazione sessuale ed eccitazione, identica a quella conosciuta dalla maggior parte delle persone.

    Eterosessuali, omosessuali, metrosessuali, bisessuali, asessuali, sapiosexual… Ancora non sono chiari i parametri tipici dell’innamoramento, dell’attrazione sessuale o della carenza della stessa.

    Gli psicologi devono continuare ad accumulare esperienza per quanto riguarda i modi di relazionarsi, i fattori che influiscono e i processi individuali.

    I tempi cambiano è ciò è una costante. Ciò che succedeva tra due persone e che un tempo era considerato incomprensibile o difficile da spiegare, oggi viene definito come un altro modo di provare sentimenti e di innamorarsi.

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    La vita cambia quando si smette di aspettare

    Spesso ci viene detto che aspettare vale la pena, che bisogna avere pazienza, perché le cose finiscono sempre per aggiustarsi. Ebbene, non bisogna esagerare e passare la vita ad attendere, poiché, in questo modo, permettiamo al presente di sfuggirci dalle mani.

    Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Boston Globe, le persone, soprattutto quelle più giovani, cercano sempre gratificazione immediate, perché hanno poca pazienza. Tuttavia, quando si tratta di proiezioni future e di conseguimento delle mete, la necessità di immediatezza non è così intensa. Siamo in grado di aspettare per molto tempo che arrivi il nostro momento.

    Talvolta, l’ansia nell’attesa di qualcosa porta come conseguenza la disillusione che quel qualcosa non sia come ci aspettavamo

    La vostra vita inizierà a cambiare quando smetterete di aspettare e adatterete le vostre aspettative alla realtà. Dovete essere fautori del vostro presente, creatori di nuovi pensieri ed emozioni che alimentino imprese ancora più nuove. Vi invitiamo a riflettere al riguardo.

    Quando l’attesa è un’azione volontaria

    C’è chi rende la sua vita un’eterna sala d’attesa in cui si sogna e basta, non si conclude mai nulla. Altre persone, invece, vivono molto male i momenti in cui la ricompensa o un obiettivo vitale vengono posticipati.

    È evidente che non tutti affrontano le situazioni di attesa allo stesso modo: alcuni si disperano, altri, invece, si adagiano. Il secondo caso è riferito ad un concetto che molti ritengono essere un vero e proprio “male moderno”: la procrastinazione.

    • La procrastinazione è l’atto di posticipare sistematicamente i compiti che dovremmo portare a termine.
    • Si tratta di un fenomeno sociale e psicologico non sempre legato alla pigrizia: va oltre questo concetto e include anche l’abitudine di ritardare o posticipare attività o progetti, nell’attesa che il futuro le risolva.
    • Il procrastinatore sopravvaluta il tempo che ha a disposizione per realizzare compiti o progetti. Ritiene che sia meglio aspettare il momento adeguato, il quale, ovviamente, non è mai il “qui ed ora”.
    • Bisogna considerare che la procrastinazione è presente anche nelle persone molto attive che si entusiasmano creando idee, ma che poi non le concretizzano mai, perché cambiano spesso opinione e sostituiscono di continuo gli obiettivi nella loro mente.

    Le cose non succedono mai da sole; è possibile che il destino ci riservi un po’ di fortuna in un momento dato, ma non è un fenomeno molto frequente. Il futuro non risolve le cose se noi non contribuiamo con movimento ed azione e se nella nostra mente non è presente il desiderio di cambiamento. Smettete di aspettare e la vostra realtà sarà diversa.

    Si vive meglio senza aspettarsi niente da nessuno e aspettandoci tutto da noi stessi.

    Smettete di aspettare inermi in una sala d’attesa, siate gli artefici della vostra realtà

    Nonostante Lev Tolstòj ci dicesse che “per chi sa aspettare, tutto arriva a tempo”, vivere perennemente in “una sala d’attesa” può farci cadere in un disperante stato di frustrazione ed impotenza.

    Nel 1997, uno studio pubblicato sulla rivista Psychological Science ci avvertiva di quanto pericoloso fosse posticipare le cose o limitarci ad aspettare che il nostro futuro ci porti da solo i nostri obiettivi.

    Dovete essere agenti attivi nella vostra realtà e, a questo scopo, è bene considerare le seguenti idee:

    • Smettete di concentrare le vostre aspettative solo sul domani. Ciò non vuol dire che non dovete più considerare il futuro, bensì che se volete vedere realizzato l’avvenire che desiderate, è necessario agire nel qui ed ora.
    • Smettete di aspettarvi tanto dagli altri. Concentrare troppe aspettative su coloro che vi circondano vi porterà a soffrire. Aspettatevi risultati da voi stessi, assumete un atteggiamento realista nei confronti delle situazioni in cui siete coinvolti e, invece di essere esigenti con gli altri, siate ricettivi.
    • Non esiste la vita perfetta, esiste lo stato di felicità. Questo concetto ribadisce quanto sia pericoloso crearsi delle aspettative troppo alte. La perfezione non esiste, quel che esiste è quel meraviglioso equilibrio in cui potete essere voi stessi ed essere fieri di ciò che avete.
    • Allenate la vostra capacità di agire e decidere senza paura. Se sarete i protagonisti della vostra storia, sarete gli agenti attivi di continue trasformazioni che dovrete portare a termine senza timore.

    A volte capita di passare il tempo a sognare un futuro che, quando arriva, non porta nulla di nuovo. E allora continuiamo ad aspettare e ad immaginare. Invece di accumulare tanta frustrazione, dovremmo dare inizio al cambiamento, disegnare un piano d’azione, uscire dalla zona di comfort, toccare la luna con la punta delle nostre dita, ogni volta che possiamo. In altre parole, dobbiamo puntare in alto.

    La mente è meravigliosa

    Illustrazioni di Pascal Campion

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    La sensazione di pace che indica che avete fatto la scelta giusta

    La sensazione di pace che sentite in questo momento indica che avete fatto la scelta giusta. Forse qualcuno la troverà una scelta poco azzeccata, altri poco logica. Di fatto, forse non è stata neppure la scelta migliore. Tuttavia, è chiaro che è quella che vi ha reso felici, che vi ha permesso di coniugare i vostri valori, i vostri sentimenti, il vostro Io…

    Sigmund Freud diceva che prendere una decisione è come montare su un cavallo da corsa. L’animale rappresenta il nostro lato emotivo, istintivo, quasi sfrenato. D’altra parte, il cavallerizzo è colui che ha in mano le redini della ragione, colui che guida, che frena e orienta il cavallo. Ebbene, nella maggior parte dei casi, quando arriva il momento di prendere una decisione, vince la parte di noi legata all’affascinante mondo delle emozioni. È quello il terreno sul quale ogni giorno hanno luogo decine e decine di corse…

    Voi non siete la scelta di nessuno. Voi siete la priorità di voi stessi; per questo, quando è tempo di prendere una decisione, ascoltate il vostro cuore. Perché non esiste la strada giusta, esiste la strada che vi rende felici.

    La vita è una continua scelta, passiamo la maggior parte del nostro tempo dedicandoci all’arte di prendere decisioni: caffè o tè, ascensore o scale, telefonargli/le o non telefonargli/le, prendere il treno o lasciare che passi… Decidere, talvolta, comporta le stesse identiche sensazioni di un salto nel vuoto. Una cosa è certa, occorre armarsi di grandi dosi di coraggio e responsabilità.

    Vi invitiamo a riflettere su questo

    Non esiste una scelta corretta: esiste la volontà di essere felici

    Henry James ha scritto un eccezionale racconto intitolato “L’angolo allegro”, nel quale presenta il personaggio di Spencer Brydon, un giovane che dopo aver ottenuto il successo e la fortuna negli Stati Uniti torna nella sua casa natale in Inghilterra.

    Nella solitudine della sua casa ormai vuota, si domanda se abbia fatto bene, se la decisione di lasciare le sue radici e la sua famiglia sia stata la scelta corretta. Nel bel mezzo del suo dubbio esistenziale, d’improvviso spunta il suo alter ego, quell’altro “io” che gli rivela, poco a poco, cosa ne sarebbe stato di lui qualora avesse scelto di restare.

    Il dubbio relativo all’aver preso o meno la giusta decisione ci accompagna per tutta la vita. Ebbene, proprio come ci insegna Henry James nel suo racconto, prendere una decisione fa parte di un processo che parte innanzitutto dal cuore, ma che è destinato a lasciar spazio alla responsabilità. Dalle emozioni si passa dunque alla ragione, spinti, soprattutto, dalla necessità di diventare gli artefici del proprio cammino.

    Non sempre esistono scelte giuste o sbagliate, e ancor meno strade illuminate a giorno dalla luce della felicità. La decisione più saggia sarà sempre quella che ci darà la pace, quella che andrà a braccetto con la nostra coscienza e che, a sua volta, ci inciterà a continuare a prendere decisioni coerenti con la nostra essenza.

    L’arte di prendere decisioni che partano dal cuore

    Già sappiamo che quando arriva il momento di prendere una decisione le emozioni si trasformano in punti luminosi in mezzo ad un oceano di dubbi. Ebbene, vi farà piacere sapere che la struttura cerebrale che irradia più luce durante questo processo è l’amigdala.

    Un desiderio non cambia nulla, ma una decisione dà inizio ad ogni cosa.
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    Il corpo amigdaloideo gestisce centinaia di connessioni in tutto il cervello e consiste in una struttura raffinata e affascinante che funge da sentinella in grado di valutare ogni stimolo, ogni pensiero, ogni esperienza o avvenimento cosciente o incosciente. Dopo aver analizzato un impulso, l’amigdala emette un giudizio, una decisione che più tardi verrà analizzata minuziosamente dalla nostra corteccia frontale.

    Considerando che molte delle nostre decisioni vengono prese seguendo la via delle emozioni, scopriamo ora insieme come fare affinché queste siano un po’ più sagge, azzeccate e responsabili.

    Le chiavi per prendere le giuste decisioni

    Per essere felici, occorre prendere le decisioni e saper superare il confine con la paura. Non è per niente semplice farlo, lo sappiamo, perché decidere implica anche lasciarsi molte cose alle spalle.

    • Quando il nostro cuore ci incita a fare quel passo, ma sopraggiunge la paura, bisogna razionalizzare quel timore e comprenderlo. Passare dall’emozione alla ragione, poiché soltanto la logica e il pensiero cosciente possono spingerci, con coraggio, ad abbattere le mura della paura.
    • Quando le vostre emozioni vi portano a prendere un determinato cammino, domandatevi se state agendo in modo realistico. È una domanda che va fatta a se stessi e a nessun altro. Se vi sembra fattibile, se vi rende felice ed è una cosa possibile, non permettete a niente e a nessuno di fermarvi.
    • Accettate la possibilità di fallire. Accettate e interiorizzate la possibilità che le cose non vadano per il verso giusto, ma cercate di comprendere che, al tempo stesso, per trovare la strada per la felicità non basta una sola opzione. Si tratta solo di una porta che vi mostrerà molti altri cammini.

    L’arte di essere felici sta nel saper decidere ogni giorno con coerenza e ascoltando il proprio cuore, accettando gli errori di percorso e andando alla scoperta dei propri sentieri vitali, della propria pace interiore.

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    L’amore è più che un abbaglio

    “Non essere amati è una semplice sfortuna. La vera disgrazia è non saper amare”. Con questa bellissima frase lo scrittore francese Albert Camus definiva l’amore.

    In queste poche parole è riassunta la passione e la disfatta di quando amiamo qualcuno.

    Sono molte le persone che domandano a se stesse: perché non mi ama? Verbalizzano in privato ciò che il cuore nasconde. Il disorientamento  e la paura fanno il resto, confondendoci e lasciandoci l’amaro in bocca.

    Come ci innamoriamo?

    L’amore non è una scienza esatta, non risponde a dei concetti chiari i cui metodi danno come risultato ciò che desideriamo. L’amore è l’emozione più grande che possiamo provare per noi stessi e per le persone che ci circondano.

    Vi invitiamo a guardare indietro e a ricordare l’inizio delle vostre relazioni sentimentali, sicuramente avranno un inizio comune: l’inspiegabile attrazione con la persona che amiamo.

    Può trattarsi di uno sguardo, una risata, la timidezza…tutte queste cose sono l’essenza dell’amore e portano ad un primo approccio amoroso, che con il tempo può trasformarsi in una relazione sentimentale.

    Il mio partner è perfetto, amo il mio partner 

    Se sentite qualcuno dire che il suo partner è perfetto, non solo vi sentirete increduli, ma sarete inoltre in grado di affermare che la persona che fa una tale affermazione si trova nella pericolosa fase dell’attrazione. È in questa fase che si provano i sentimenti più forti e la rabbia più vera nei confronti del nostro partner. Questo periodo è caratterizzato da un desiderio irrefrenabile di sottolineare gli aspetti positivi della nostra metà, sminuendone i difetti e le tensioni.

    L’idealizzazione della persona che amiamo svanisce poco a poco con il passare del tempo e con il superamento della fase di attrazione. L’immaturità e il desiderio innato di essere amati sono emozioni che alimentano questo atteggiamento.

    È naturale e nessuno si sottrae a questo torrente di sensazioni di allegria e continua felicità. L’esperienza e la conoscenza delle nostre emozioni calmeranno, in futuri episodi di attrazione, questi sentimenti, trasformandoli in sensazioni più serene, mature, senza perdere però l’illusione di essere innamorati.

    Questo scenario idilliaco avrà vita breve. Con il passare del tempo cominceremo a vedere le cose come stanno, ad eliminare quella patina dorata che ci faceva vedere tutto perfetto; questo succede quando il rapporto con il nostro partner si stabilizza.

    Il mio partner ha dei difetti, ma lo amo

    È allora, quando ci rendiamo conto che il nostro partner non è perfetto, quando i filtri che ci facevano vedere tutto meraviglioso e ci facevano sentire terribilmente attratti dal nostro partner si affievoliscono, che ci rendiamo conto che esistono anche i difetti, che i 10 diventano 7 o 8, che il voto iniziale che avevamo attribuito al nostro partner si abbassa.

    Si comincia una fase di vera conoscenza della persona amata, sentimenti di incompatibilità, sensazione di non conoscersi affiorano nella routine delle coppie: ovviamente non si tratta della fine di un amore, ma l’inizio di un lavoro da realizzare personalmente.

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    Essere felici affrontando le emozioni più cupe

    Vi sentite tristi, arrabbiati, preoccupati o ansiosi? La buona notizia è che non c’è niente di male: le emozioni negative sono fondamentali per la salute mentale, purché non si resti intrappolati per sempre in esse. Vediamo dunque come essere felici affrontando le emozioni più cupe.

    Secondo i ricercatori, per l’essere umano è essenziale affrontare le proprie emozioni più cupe perché solo così sarà possibile sanarle ed essere felici. Ricordiamo che un’emozione non è solo un sostantivo, ma un grado per esprimere ciò che la mente pensa.

    Nonostante sembri logico cercare di evitare le emozioni e i ricordi più negativi, la verità è che nella vita non si hanno sempre e solo momenti belli. E queste emozioni cupe, questi ricordi sgradevoli, formano anch’essi parte di noi, della nostra storia.

    Il corpo può trattenere le emozioni più cupe creando dei luoghi di dolore. Affrontandole, questo dolore, fisico ed emotivo, verrà liberato. In altre parole, conoscere e gestire le emozioni negative nascoste e bloccate, come l’odio, l’ira o il rancore, può alleviare il dolore fisico che ne deriva.

    Secondo le ultime ricerche, affinché una persona sia davvero felice, deve accettare le sue emozioni più cupe e comprendere che la vita non può sempre essere rose e fiori.

    3 strategie di regolazione emotiva

    Una ricerca pubblicata sull’Australian Journal of Psychology spiega come venire a patti con le nostre emozioni più cupe. I ricercatori hanno individuato tre strategie di regolazione emotiva: accettazione, distanziamento cognitivo e cambiamento cognitivo.

    • Gli esercizi per allenare l’accettazione aiutano a conoscere le emozioni, le loro sensazioni fisiche e cognitive. L’accettazione è il primo passo per imparare a gestirle
    • Il distanziamento cognitivo si ottiene mediante l’acquisizione della prospettiva. Per esempio, osservando gli eventi come farebbe il narratore di una storia, in altre parole come un agente esterno.
    • Il cambiamento cognitivo fomenta una prospettiva di auto-compassione, ad esempio immaginando di parlare dei nostri pensieri e sentimenti più cupi con una persona che si mostra molto affettuosa. Si può anche usare l’ascoltatore immaginario per parlargli e ricordargli i nostri punti di forza e le nostre capacità di affrontare le situazioni.

    Come accettare le emozioni più cupe per essere felici

    Quando rifiutiamo o consideriamo inaccettabile il nostro stato emotivo, neghiamo una parte di noi stessi. In altre parole, preferiamo non approfondire quello che ci causa tanta sofferenza e, di conseguenza, lo blocchiamo. Dimentichiamo, però che con esso se ne va anche una parte della nostra identità. Nonostante non possiamo controllare come ci sentiamo quando ci vergogniamo, possiamo però accettarlo.

    Altre volte, invece, ci dissociamo da una determinata emozione per non sperimentarla più. Ma, come abbiamo detto, la negazione delle nostre emozioni cupe ci impedisce di essere felici.

    “Un’emozione non causa dolore. La resistenza o la soppressione di un’emozione, quelle sì che causano dolore”.

    -Frederick Dodson

    I ricercatori dell’Università della California a Berkeley hanno formulato l’ipotesi secondo cui accettare le nostre emozioni più cupe si traduce in una migliore salute psicologica, poiché ci aiuta a reagire in modo corretto alle esperienze mentali negative.

    Accettare gli stati emotivi negativi evita di etichettarli come tali, dato che li accettiamo senza giudicarli. In questo modo, diminuiranno le associazioni negative nei riguardi di queste emozioni e la nostra salute psicologica migliorerà.

    Per essere felici, bisogna accettare le proprie emozioni e i propri pensieri senza giudicarli. In altre parole, bisogna essere capaci di riconoscere le proprie emozioni e sensazioni senza farsi trascinare da esse. Bisogna riconoscere e accettare l’ira, la paura, la gelosia, il risentimento e la frustrazione.

    Accettare le nostre emozioni cupe non ci trasforma in cattive persone, bensì ci consente di conoscerci. È impossibile farlo abbracciando solo le nostre emozioni positive, dato che anche le nostre ombre fanno parte di noi. Per vivere la nostra persona in modo vero e reale ed essere felici, dobbiamo accettare tutto per poi lasciarlo andare quando siamo pronti.

    “È impossibile evitare del tutto le emozioni negative perché vivere è anche sperimentare battute d’arresto e conflitti.”

    -Sauer-Zavala

    La mente è meravigliosa

     

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    Perdonare: viaggiare nel passato e tornare senza dolore

    Quando qualcuno ci ferisce, la prima reazione è quella di non volerlo perdonare. Sentirci offesi, delusi o, in alcuni casi, profondamente addolorati è una reazione normale, ma che nasconde più di un pericolo.

    È vero che a breve termine il rancore permette di reagire, ecco perché istintivamente non vogliamo perdonare. Ma se serbiamo rancore per molto tempo, ci ritroviamo intrappolati con la mente in una situazione che appartiene al passato. Questo ci porterà a sperimentare emozioni forti di ogni tipo, causando in noi della sofferenza inutile.

    Due degli stati più deleteri in cui la mente può sostare e che si producono quando non sappiamo perdonare al momento giusto, sono l’odio e la collera. Seneca le descrive come le emozioni più orribili e incontenibili che si possano sperimentare. In molte occasioni, il danno che provocano è più grande dei possibili benefici.

    Perdonare chi ci ha fatto soffrire, tuttavia, non è semplice; non basta volerlo. Una volta compresi gli effetti negativi dell’odio e deciso di voler perdonare la persona che ci ha ferito, sorge la domanda: come riuscirci davvero?

    Se troviamo una persona ferita da una freccia, non perdiamo tempo a chiederci di che materiale è fatta o a cercare chi l’ha scagliata. Il primo pensiero è soccorrere la persona ed estrarre la freccia al più presto. Vale lo stesso per la sofferenza: va rimossa il prima possibile, senza darle modo di continuare a danneggiarci. Vi invitiamo a riflettere su alcuni dei motivi più validi per cominciare a perdonare.

    “Se non perdoni per amore, perdona almeno per egoismo, per il tuo proprio benessere”.

    -Dalai Lama-

    Perdonare è segno di forza

    Nella mentalità occidentale la pazienza e la tolleranza sono considerati valori importanti, ma fino a un certo punto. Se qualcuno ci offende, infatti, rispondere con pazienza e tolleranza ci sembra segno di debolezza e passività. Questo è uno dei principali motivi per cui facciamo fatica a perdonare gli altri.

    Queste due virtù sono l’ingrediente essenziale di emozioni come il perdono e l’amore, non vanno quindi interpretate come un segno di debolezza. Al contrario, dovremmo cominciare a vederle come un segno di forza, che deriva dalla profonda capacità di mantenerci stabili nei nostri valori.

    Rispondere a una situazione dolorosa con pazienza e tolleranza è sintomo di forza emotiva e ci aiuta ad avvicinarci al perdono. Affrontare un momento difficile con questo atteggiamento implica un buon controllo dei nostri sentimenti, significa godere di buona autostima e intelligenza emotiva.

    “Nella vita si impara a perdonare solo quando ci siamo fatti perdonare molto”

    Il perdono è l’acqua che spegne gli incendi dell’anima

    La teoria U ci insegna che non possiamo guardare al futuro con il peso del passato che grava sulle nostre spalle. Lasciar andare con serenità gli eventi del passato, perdonare gli errori altrui e nostri lascia spazio a nuove opportunità.

    Come assicura Otto Scharmer, ideatore della teoria U, “L’energia segue l’attenzione. Per questo motivo non dobbiamo concentrarci su quello che cerchiamo di evitare, ma su quello che desideriamo che accada. Ad esempio, una persona risentita per le delusioni passate cercherà, inconsapevolmente, lo stesso risultato in tutte le sue azioni e relazioni, perché è ancorata nel circuito degli eventi passati e non in ciò che di nuovo può accadere”.

    La teoria U dice anche che se non ci liberiamo delle vecchie paure e dei pregiudizi (Scharmer usa l’espressione inglese let it go) non lasceremo spazio sufficiente per far accadere (let it come) qualcosa di veramente nuovo nella nostra vita. Se non posiamo la zavorra del passato, non lasceremo spazio alla vita affinché possa sorprenderci con nuove esperienze.

    Come abbiamo visto, perdonare chi ci ha fatto soffrire può essere molto difficile. Ma proprio per questo motivo è essenziale capire il valore di imparare a perdonare. Ricordatevi che sta a voi lasciar andare il passato e liberarvi del pesante carico emotivo che non vi permette di andare avanti.

    “Perdonare ci permette di essere felici e di goderci la vita, dal momento che errare è umano”.
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